Le persone non fanno i viaggi, sono i viaggi che fanno le persone

(John Steinbeck)

Prefazione di Maurizio Barbagallo: sono passati tredici anni dai fatti raccontati di seguito da Luigi D’Ausilio. In Val Maira ci sono tornato ad accompagnare gruppi ogni anno e anche più volte in un anno, in estate e in inverno. Rileggere questo racconto, con me guida ancora acerba, alle prese con uno dei gruppi più simpatici e soprattutto meno seriosi di sempre, mi ha strappato più di un sorriso e anche una risata in questi tempi tristi da coronavirus. Un ricordo all’amica Bruna di Macra che ha accolto molti miei gruppi che oggi purtroppo non c’è più.

Da Macra a Preit lungo il Sentiero Occitano (2007)

Non ora, non è ancora tempo: sono troppo lontano per pensarci…! – . A metà agosto il viaggio in Val Maira era questo per me. Da qualche giorno ero tornato dalla Corsica ed avevo ancora negli occhi le foreste, i fiumi e le montagne attraversate seguendo la Grande Randonnèe. Non era facile staccarsi da quei ricordi, da quella realtà così piacevolmente ingombrante. Ed era ancora così vivo il ricordo dei compagni d’avventura, le loro facce, le espressioni, le inflessioni dialettali, il loro modo di ridere, di camminare: a fatica riuscivo a pensare al fatto di dover rimettere tutto nello zaino e ripartire, ricominciare. Durante un viaggio non ci si affeziona solo ai luoghi, ma anche e soprattutto alle persone che s’incontrano e che diventano una famiglia: il dipinto a cui i paesaggi fanno da cornice. Non era facile leggere i messaggi di Giovanna o correggere il racconto di viaggio scritto fino al giorno prima e pensare che, da qui a breve, mi sarei ritrovato in quella folla di sconosciuti che avvolge tutti gli addii. Un paio di giorni prima della partenza mi sorprende una telefonata mentre mi concedo il lusso di un riposino pomeridiano: “pronto, ciao, mi conosci?”. Ancora mezzo addormentato mi pare di riconoscere la voce di mia cugina di Roma, rinomata in famiglia per il fatto di scegliere sempre gli orari più inopportuni per telefonare. “Ecco, figuriamoci se uno può farsi un pisolino in santa pace – penso tra me e me – dovevo staccare il telefono!”. “Oh, allora mi conosci? – insiste la voce dall’altra parte – . Io esco dal torpore: “sì, sì certo che ti conosco!” – ed intanto penso di sbattere giù il telefono. “Ah sì, ma sei sicuro – replica – e chi sono?”. A questo punto mi sorge un vago sospetto: “vuoi vedere che non è mia cugina?”. Dopo un paio di battute l’equivoco si risolve e la voce si qualifica con il nome di Alessia, futura compagna di viaggio. “Ma che stavi dormendo – dice Alessia – e dai dillo, che male c’è!”. Dopo un disperato tentativo di diniego crollo ammettendo la colpa. Alessia vuole sapere come raggiungerò la Val Maira. Spiegarle tutta la storia della Corsica è troppo lunga e quindi prendo semplicemente tempo dicendole: “beh guarda, non lo so ancora: sto aspettando di sapere qualcosa da Teresa (altra iscritta al trekking)”. Il giorno successivo Teresa mi comunica che non potrà venire con noi e quindi decido di contattare Diego, di Mantova, che sicuramente parteciperà al viaggio. Questi mi dice che raggiungerà in auto il luogo di ritrovo insieme ad un suo amico e che volendo potrebbe passare da Piacenza per tirare su anche me e Alessia. È la soluzione migliore. In breve ci mettiamo d’accordo tutti e quattro e ci diamo appuntamento per il giorno dopo.

In un pomeriggio caldo d’agosto mi trovo quindi a Piacenza in attesa di incontrare i miei nuovi amici. Sul piazzale antistante alla stazione all’improvviso una voce squillante e con inflessione dialettale vagamente romana mi coglie alle spalle: “tu devi essere Luigi!”. Mi volto e vedo una ragazza paffutella in bermuda, con uno zaino in spalla, i capelli corti ed una faccia sorridente. “Già, e tu devi essere Alessia!” le rispondo. Dopo qualche minuto arrivano anche Stefano e Diego ed appaiono subito due persone molto cordiali. In circa tre ore attraversiamo la pianura Padana da est verso ovest fino alle porte di Cuneo, poi verso Dronero ed infine raggiungiamo Macra. Il cielo è parzialmente nuvoloso ed il pensiero corre subito all’ipotesi che partire il giorno dopo con la pioggia sarebbe proprio un bel guaio. Parcheggiamo l’auto nell’unica piazza del paese e subito vediamo un capannello di persone sotto un porticato. Appena scesi ci vengono incontro un ragazzo in tenuta sportiva, alto, dall’aspetto un po’ burbero e guascone ed un signora molto gioviale: sono Maurizio, la nostra guida, e Bruna, la locandiera del nostro primo posto tappa, Ci salutano e ci presentano gli altri compagni di viaggio, dei quali un attimo dopo abbiamo già dimenticato i nomi. Chiedo a Stefano e Diego: “Ehi, ragazzi, vi andrebbe una birra? Dai vediamo se ci riesce di trovarne una!”. I due sono d’accordo. Allora chiamo un ragazzino che gioca lì in piazza e gli chiedo: “scusa, dov’è un bar?”. Questi mi guarda e sorride come credendo che gli stessi facendo uno scherzo. Io insisto: “il bar, dov’è?”. A questo punto il ragazzino risponde: “il bar? Ma qua non c’è! Bisogna andare nell’altro paese, giù verso Dronero”. Io guardo Stefano e dico: “come sarebbe a dire? In questo posto non c’è nemmeno un bar? Ma dove siamo capitati?”. Stefano e Diego se la ridono. Maurizio ci mostra i nostri alloggi e nel frattempo arrivano anche gli altri compagni di viaggio che sono giunti fin qui con i mezzi pubblici. A sera ci riuniamo tutti a tavola e cominciamo a conoscerci. Con noi in questa occasione c’è anche Franchino, alpinista e vecchio amante di questa valle, amico di Alessia. La tavola è imbandita di varie pietanze e non manca di certo il vino. Bruna ci fa sentire un po’ a casa nostra con il suo atteggiamento molto familiare: si vede che quel che fa lo fa con passione. Comincia a parlarci di questa Val Maira, della sua storia. Io ammetto di non averne mai sentito parlare. Bruna cita con orgoglio il servizio che I Viaggi di Repubblica ha dedicato a questi posti un paio d’anni fa. Nel frattempo si presenta anche il padre di Bruna, vecchio partigiano della resistenza e vero protagonista del servizio del settimanale. Jack, nome di battaglia di Giacomo, ci racconta ora con toni infervorati, ora con una commozione appena trattenuta, cos’è stata secondo lui la guerra, cos’è stata la brigata Giustizia e Libertà: nella sua mente quegli episodi sono ancora dietro l’angolo, vividi, indelebili. Io sono incredibilmente curioso e continuo a fargli moltissime domande. Jack mi risponde con piacere, ed anzi sembra quasi che dia sfogo ad una voglia trattenuta per anni di raccontare e rivivere quell’esperienza. Spesso accompagna le sue parole anche con gesti e versi gutturali, per farci vedere ed ascoltare anche le immagini e i rumori della guerra. Quando prese le armi ed andò in montagna Jack aveva appena sedici anni: per lui la guerra probabilmente fu soprattutto un’avventura.

Quando Jack si congeda torniamo a parlare tra di noi. Maurizio ci chiede se abbiamo partecipato ad altri viaggi con l’associazione. Io rispondo che sono stato nell’alto Lazio, a Bomarzo. Anch’egli c’è stato. Io aggiungo che ci sono stato con un’altra guida e Maurizio dice che da quest’anno quel giro lo fa lui dato che l’altro s’era rotto “i marroni” di fare sempre gli stessi trek. Al che gli chiedo: “ma scusa, come fate, ci sono dei sopralluoghi, o vi passate le informazioni?”. E lui: “guarda, ho chiesto al collega Alessandro delle dritte, e lui mi ha suggerito di leggere un racconto pubblicato sul sito dell’associazione: sicché l’ho letto, era fatto proprio bene, bello, dettagliato….!”. Io non lo lascio finire: “ma guarda che sul sito c’è il mio racconto….!”. Al che Maurizio quasi urlando: “ma allora, tu sei Yanez?”. I compagni al tavolo assistono al dialogo e all’ultima battuta di Maurizio mi guardano come se fossi un personaggio noto. Per un momento mi sento come quegli scrittori famosi ai quali si chiede con timore e riverenza l’autografo. Da questo momento in poi tutto il gruppo mi chiamerà Yanez.

Tra di noi ci sono persone che vengono da tutta l’Italia: Alessandro è di Firenze; Valerio di Roma, così come Fabrizio ed Anastasia; Mariangela di Vigevano. Stella e Silvana abitano non molto distante da questa vallata. Il viaggio più lungo per arrivare fin qui l’ha fatto Vittorio, provenendo da Cosenza. Daniele invece è di un paesello sperduto vicino a Saronno ed è giunto fin qui in moto. A tavola ci si dà del “tu”, ma c’è un profluvio di buone maniere imbarazzate: “scusa, mi passeresti gentilmente del pane, se non ti disturba?” – dice Valerio – “ma ci mancherebbe, gradisci quello affettato o un pezzo intero?” – risponde Alessandro – “perdonate, c’è ancora del vino?” – interrompe Daniele – “oh, certamente, ne è rimasto ancora un goccio!” – replica Diego – “no guarda, allora prendilo pure tu, io ne ho avuto già abbastanza!” – “ma ci mancherebbe, insisto!”. Insomma è un minuetto, a tratti veramente ridicolo, dettato dalla mancanza di confidenza tra di noi. Basteranno pochi intensissimi giorni per trasformare il gruppo, soprattutto nella sua componente maschile, in una banda di goliardi “impuniti”, dediti ad ogni genere di frizzo e lazzo! Basti un esempio per tutti: su un pianoro, dopo una sosta, Maurizio dirà: “andate a chiamare Alessia che si è addormentata” – “ma che andate a chiamare – risponde qualcuno – tiratele una pietra che si sveglia uguale!”. Dopo cena, storditi dal viaggio, dall’abbondante vino di Bruna e dalle conversazioni con Jack e Franchino ci ritiriamo nelle nostre camere. Il mattino seguente, dopo colazione, scendiamo in auto fino alla piccola chiesa parrocchiale di San Salvatore, la più antica della vallata, costruita interamente in pietra. Dopo una breve visita torniamo da Bruna per congedarci e cominciare il nostro trekking. Jack è al balcone ed assiste alla partenza. Mi volto per l’ultima volta e gli dico: “Ehi Jack, qualche volta vengo a trovarti, così scriviamo insieme un libro sulla resistenza!”. Jack si illumina d’immenso: “d’accordo, io sono qui!”. Siamo tutti pronti, zaino in spalla, quando Maurizio, dice: “prima di partire, ci mettiamo tutti in cerchio, ed ognuno di noi dirà il proprio nome e una caratteristica del proprio carattere all’orecchio del compagno che si trova alla sua destra. Fatto ciò ognuno di voi presenterà il compagno che si trova alla propria sinistra”. Ci mettiamo un po’ a comprendere il meccanismo del gioco, ma alla fine ne viene fuori una presentazione simpatica e coinvolgente: insomma una delle classiche trovate che rientrano nel bagaglio tecnico-tattico di ogni buona guida. Salutata anche Bruna ci incamminiamo lungo il sentiero dei “ciclamini” fino a che non raggiungiamo la cappella duecentesca di San Pietro: la cosa che più ci colpisce è l’affresco della danza macabra che copre tutto il perimetro inferiore delle pareti e che raffigura un girotondo grottesco in cui si alternano un vivo e un morto, per ricordare l’incertezza dell’ora della morte e l’uguaglianza degli uomini di fronte ad essa.

Terminate le visite culturali torniamo sul percorso occitano e cominciamo il vero trekking. Dopo neanche un’ora di marcia apprendiamo che, in fondo al gruppo, Anastasia è stata male, ha avuto nausea e giramenti di testa. Fabrizio, il fidanzato, le sta accanto ed è vistosamente preoccupato. Maurizio le dà qualche consiglio pratico, ma non può più di tanto: non è mica un medico di E.R. Il resto del gruppo assiste alla scena poco distante dai tre. Ad un certo punto Fabrizio ed Anastasia tornano indietro. Maurizio ci raggiunge e ci comunica che i due scendono da Bruna e poi in auto raggiungeranno Ruata Valle, il luogo in cui ci fermeremo questa notte. La marcia ricomincia e prosegue fino ad ora di pranzo attraverso un paesaggio molto verde, ora tra i boschi ora su dorsi e crinali di montagna. La sosta avviene presso il borgo di Caudano. Qui ci accolgono gli abitanti del posto: una vecchina di circa novant’anni e i suoi due figli. Ci prendono subito per stranieri, tedeschi. Da queste parti italiani con lo zaino in spalla non se ne vedono mai. Tra di loro parlano una strana lingua, simile al francese: l’occitano. Con noi si esprimono in un italiano a tratti approssimativo: ma hanno una gran voglia di parlare! La prima impressione che ho è che queste persone stiano qui per i turisti, pagate dalla Pro Loco. Non riesco ad immaginare cosa possa voler dire vivere in un paese disabitato, abbandonato da tutti i suoi abitanti. I tre sembrano superstiti di un cataclisma avvenuto in un’epoca lontana, dimenticata. Ed effettivamente quello che è capitato a questo paese è un po’ una tragedia. Parlando con uno dei figli della vecchina apprendiamo che fino agli inizi degli anni sessanta, in questo luogo, vivevano un migliaio di persone. C’era una scuola, le persone vivevano di allevamento ed in misura minore di agricoltura. Poi tutto d’un tratto, con l’avvento del cosiddetto boom economico, gli uomini hanno cominciato a lasciare la valle per trasferirsi in pianura, attratti dal lavoro in fabbrica: diverso, meno faticoso e più sicuro. Si lasciavano alle spalle una realtà fatta di sacrifici e di un’economia di sussistenza. In città, con il lavoro operaio, si ritagliavano un’esistenza meno grama ed un futuro fatto di speranze. A mano a mano che si sistemavano chiamavano a loro mogli e figli e solo gli anziani restavano in queste valli, legati a queste montagne ed incapaci di adattarsi ad un contesto che non fosse quello in cui avevano vissuto per tutta la vita. Con il passare degli anni poi i vecchi morivano e il paese cominciava a spopolarsi. A Caudano oggi, mentre consumiamo il nostro pasto frugale, assistiamo all’ultima scena della storia, una storia che in gran parte è comune a tutta la Val Maira. Nel pomeriggio raggiungiamo la locanda Codirosso. Qui ci attendono da un po’ Fabrizio ed Anastasia. Quest’ultima ha un volto visibilmente patito. Maurizio ci invita subito a lasciare gli zaini e ad andare a vedere Morinesio, un piccolo paesino poco distante da qui, molto caratteristico. Una parte del gruppo lo segue senza indugiare; altri decidono di restarsene comodamente seduti sulle panche del giardino. Diego mi dice: “guarda, per me, quando uno si toglie lo zaino, basta: il trek è finito!”. Io sposo completamente la sua profonda filosofia. Con noi restano anche Stefano, Alessandro e Silvana. Per consolarci della mancata visita al paesino, ci facciamo portare dalla ragazza bionda che gestisce l’agriturismo un grosso tagliere di salumi e formaggi. Stefano propone anche un bicchiere di vino rosso e nessuno gli si oppone, anzi!

Prima di cena ci troviamo tutti all’aperto per un breve aperitivo. L’argomento di conversazione che più ci appassiona è la condizione sociale dei nostri tempi. Valerio ed io sosteniamo che in fondo, a differenza che nel passato, è la spesa per la casa che è divenuta insostenibile. Altri, al contrario, ritengono che, facendo i dovuti sacrifici, si riesce benissimo ad affrontare la spesa. Tra questi c’è Fabrizio che si rivela un oratore preciso, incisivo e molto determinato: la sua espressione più ricorrente è “tra il rusco e il brusco”, ed in alcuni frangenti ricorda vagamente Furio, uno dei tre protagonisti di “Bianco, Rosso e Verdone”. La cena non è niente male ed il vino di tutto rispetto. Prima di alzarci da tavola ci facciamo servire un liquorino: io adocchio su una mensola una bottiglia di “centerbe” e lo consiglio ad Alessandro e Valerio. Daniele chiede alla bionda: “avete in casa una grappa morbida?”. Noi ridiamo sfacciatamente, segno evidente di un progressivo allentamento delle remore da scarsa conoscenza reciproca. Il “centerbe” è una schifezza oscena che sa di “Idraulico Liquido” ed Alessandro a momenti me lo tira dietro quando si accorge che su un’altra mensola troneggia una meravigliosa grappa di Barolo. Nel frattempo anche Diego, per niente convinto del “centerbe”, si lascia sfuggire di mano una bottiglia di miele scambiata forse per whisky! Per un attimo serpeggia il panico intorno alla tavolata: qualcuno pensa di fuggire in camera, qualcun altro suggerisce di non dire niente alla bionda. L’unico è Alessandro a restare imperturbabile con gli occhi fissi alla grappa sulla mensola. La sistemazione per la notte prevede due camerate: una per gli uomini (fornita di materassi buttati per terra) e l’altra per le donne. Solo Diego avendo vinto un tremendo sorteggione potrà occupare tutto solo una stanza singola, con letto matrimoniale! Mentre ci prepariamo per la notte io e Valerio avvertiamo improvviso un odore agghiacciante di sfiato intestinale e manifestiamo il nostro disappunto. Daniele se ne assume la colpa senza negare: “eh scusate ragazzi, credevo che non si sentisse!”. “Ammazza – dice Valerio – , ma questo è il vento della morte! No dico piuttosto a Danie’, fai un rapido check che non te sia rimasto gnente nelle mutande! Mi raccomando stanotte, chiuditi bene nel sacco a pelo, sigillati! Mica ce voi fa morì!”. Sto quasi per addormentarmi quando arriva ancora una ventata: per un istante non riesco a respirare, poi scoppio a ridere e corro a prendere il Ventolin nello zaino. Solo così riesco a superare la crisi. Questa volta Daniele nega la sua responsabilità, mentre nell’oscurità si ode una risatina soffocata. L’ultimo rumore che ricordo prima di cadere nelle braccia di Orfeo è il sibilo di un canotto che si gonfia: è Stefano che russa! Al mattino ci svegliano i raggi del sole che filtrano da una finestra aperta nel tetto. Valerio ed io ragioniamo dei nostri compagni di viaggio e ci convinciamo dell’idea che l’associazione dovrebbe aggiungere, oltre alle orme intese come grado di difficoltà, anche un altro parametro che designi l’aspetto “quali – quantitativo” della componente femminile di ogni gruppo. Per esempio: trekking “Sentiero Occitano due orme – tre tette”; oppure se butta male: “quattro orme – una tetta”. Così, tanto per fornire un’ulteriore strumento valutativo. Maurizio, che ha ascoltato tutto il ragionamento, non pare contrario all’idea. Dopo colazione Fabrizio ed Anastasia ci rivelano che anche oggi non saranno dei nostri. Si fermeranno ancora una notte a Codirosso e forse ci raggiungeranno domani. Lasciata Ruata Valle, il primo luogo che raggiungiamo sono le grotte di Stroppo. Dopo una breve discesa in una selva intricata, ci troviamo alla base di una parete rocciosa a metà della quale si presenta una grossa apertura. Con qualche difficoltà la raggiungiamo ed entriamo in una grotta piuttosto ampia, detta Balma del Diavolo, che presenta una selva di stalattiti e stalagmiti. Dopo un primo momento di ambientamento all’oscurità, ognuno prende a gironzolare qua e là. Prima di uscire Maurizio ci chiama a raccolta e ci invita ad un nuovo momento di aggregazione. Questa volta ci prenderemo tutti per mano intorno ad una stalagmite ed intoneremo un profondo Ohm tibetano. Sono apparentemente tutti interessati a questo nuovo “gioco”, ma sia io sia Valerio, forse inconsciamente, riusciamo a mandarne a monte la buona riuscita: prima io prolungando eccessivamente l’Ohm, poi Valerio strascicando romanamente l’ultima lettera del verso: “Ooohmmmeeeee!”. Maurizio fa finta di arrabbiarsi, ma in fondo è il primo a ritenere una fregnaccia sta pratica. Scesi dalle grotte ci dirigiamo verso il fondo valle. Mentre attraversiamo il bosco Daniele si innamora di un ramo di una pianta di nocciolo e a furia di strattoni e calci riesce a sradicarlo. Vuole farne un bastone da passeggio. Noi altri assistiamo alle operazioni e qualcuno gli dice: “ma sei proprio un vandalo!”. Ma egli replica: “ma che vandalo, la pianta così si rinforza!”. Maurizio non prende parte alla diatriba. Finalmente possiamo ripartire: Daniele è soddisfatto e finalmente ha il suo bastone, un vero e proprio bastone pastorale. In effetti, più guardiamo il nostro compagno e più ci accorgiamo che il suo aspetto ha qualcosa di mistico, ieratico. Barba folta lunga e nera, capelli dello stesso colore e ben oltre le spalle, volto scavato, sguardo intenso e profondo: Daniele se proprio non vogliamo accostarlo all’iconografia classica del Messia per non essere blasfemi, sicuramente può essere accostato ad un predicatore. Da questo momento in poi Daniele per tutto il gruppo sarà il “Profeta”.

Dopo un breve bagno in un ruscello arriviamo all’agriturismo di frau Maria Schneider, presso la Borgata S. Martino. Il luogo è incantevole, circondato da vette che fanno da corona all’orizzonte. La nostra camerata, situata in una palazzina a due piani, è fornita di un’ampia terrazza in legno grezzo che si presenta come una platea di fronte ad una scena di monti. Siamo tutti senza parole. Per occupare il pomeriggio, Maurizio propone di fare ancora un’escursione fino a Paschero. Valerio, il vero atleta della comitiva, è subito pronto. Il resto del gruppo non intende schiodarsi dalla terrazza. Alla fine anche la nostra guida non se la sente di fare altra fatica e quindi Valerio se ne va da solo. Diego e Stefano mi propongono di andare a cercare qualcosa da mangiare, e soprattutto da bere, dalle parti della cucina. Frau Schneider è occupata, ma ai fornelli, intenta a preparare le cena di questa sera, troviamo una signora di mezz’età. Diego, molto educatamente, le chiede se possiamo consumare uno spuntino. La signora dice che senza il placet della padrona tedesca non si muove foglia. Noi insistiamo ed alla fine riusciamo a convincerla ad andare a chiedere il permesso. Ritorna dopo un po’ con un meraviglioso sorriso e ci dice che è riuscita a spuntare, per il nostro feroce appetito, un po’ di pane e formaggio. Stefano, ardito più che mai, ottiene anche un litro di Dolcetto d’Alba, il primo di una lunga serie nel corso del pomeriggio. Dopo un paio d’ore trascorse tra bevute e conversazioni sempre più alcoliche, decidiamo che è giunto il momento di tornare dai nostri compagni. Stiamo per pagare il conto ed andarcene quando Alessandro ed il Profeta ci raggiungono. “Ottima idea codesta – dice Alessandro – ci si fa un goccetto tutti insieme!”. “Veramente – dico io – stavamo andando via, è tutto il pomeriggio che beviamo!”. “Macché via – replica il Profeta – non se ne parla neanche. Signora un altro litro di rosso!”. Quando il sole comincia a tramontare abbandono quasi senza salutare la compagnia ed a fatica imbocco la porta d’uscita del salone. Barcollando e filosofeggiando con i due spinoni di frau Schneider, riesco a raggiungere la camerata, mi infilo nel sacco a pelo e mi addormento di sasso! Ad ora di cena Valerio ed Alessandro mi svegliano delicatamente: se la ridono di gusto osservandomi beato e sorridente nel mio rossore da avvinazzato. Quando mi levo dal letto avverto un profondo torpore, ma sono anche molto rilassato: mi sento in pace con il mondo e con me stesso. La cena è molto gustosa ed il piatto forte della casa è il coniglio al Barolo. Prima di andare a dormire, Diego, amante delle tradizioni e dei balli locali, ci insegna qualche passo di danza occitana, suscitando l’ammirazione di tutti. Al mattino, dopo un’abbondante colazione all’aperto e nel panorama dei monti che prendono lentamente luce, ci incamminiamo lungo il percorso che ci porterà fino ad Elva. Anche questa tappa non è molto lunga e ad ora di pranzo giungiamo alla “Frema Cuncunà” (femmina accovacciata), una piattaforma di roccia che si sporge su un precipizio panoramico davvero inquietante. Dopo una breve pausa raggiungiamo l’abitato di Elva. Il tempo è peggiorato nelle ultime ore e comincia a far freddo. Maurizio ci conduce alla locanda occitana presso la quale dormiremo questa notte. Sebbene durante la marcia abbiamo già fatto una sosta spuntino, qualcuno di noi gradirebbe un rinforzino. Diego ed altri si avviciniamo alla padrona della locanda e le chiedono se si può mangiare qualcosa. “Qui non si fanno spuntini – risponde – non c’è nulla da mangiare!”. Noi ci guardiamo interdetti, anche perché ai tavoli del ristorante ci sono altri clienti. Diego rilancia: “va bene, almeno si può avere una birra, magari con delle patatine?”. La padrona annuisce con un movimento appena accennato del capo. Subito dopo di noi entra una coppia sulla cinquantina, probabilmente marito e moglie. Lui rivolgendosi alla padrona chiede gentilmente: “buongiorno, si può pranzare?”. “La cucina è chiusa” risponde. “Ma scusi – risponde l’uomo – sono appena le 13.00! A che ora apre il ristorante?”. “Le ho detto che siamo chiusi: qui o si prenota prima o non si mangia. Ho già troppo persone questa sera a cena!”. I due stanno per allontanarsi quando vengono chiamati da un’altra coppia seduta ad un tavolo. Sono dei loro conoscenti. A questo punto l’uomo torna alla carica: “senta signora, non si potrebbe avere magari, che ne so, anche solo del pane con del salame, così tanto per stare un po’ in compagnia di quei nostri amici? Sarebbe molto carino!”. “Le ho detto che stasera ho gente a cena, non ho pane!”. Ed ancora l’uomo: “senta non vorrei insistere….”. “Lei sta diventando veramente insistente”, chiude la padrona, senza possibilità di dialogo.I due sconsolati prima di uscire chiedono: “senta, per pietà, non sa indicarci dove si può mangiare qualcosa?”. Lei ci pensa un po’ e poi risponde: “ma in su o in giù!”. I due escono senza neanche salutare. Nel primo pomeriggio visitiamo la chiesa di San Pancrazio ornata con i bellissimi affreschi di Hans Clemer. All’interno di una navata laterale vi è allestita una mostra fotografica degli alpini nella seconda guerra mondiale. Ci sono lettere e fotografie di singoli e di gruppi. I soggetti ritratti sono quasi tutti ragazzi poco più che ventenni. Leggo alcune delle lettere: parlano della Russia, del gelo, dell’incontro con il nemico. Ma non sono mai drammatiche: raccontano la guerra come un gioco, quasi una scampagnata. In quasi ogni lettera si legge “sto bene in salute”, “non fa poi così freddo”, “stiamo discretamente bene”. Certo da un lato la censura non avrebbe permesso che arrivassero lettere che potessero incrinare la fiducia “nell’ora segnata dal destino”; dall’altra parte credo che fosse quasi scontato per i soldati al fronte non allarmare i propri familiari. Ricordo una conversazione che ebbi qualche tempo fa a Lussino con un croato che aveva fatto la guerra contro i serbi nei primi anni ’90: alla mia domanda su cosa dicesse ai suoi cari quando era al fronte, questi mi rispondeva: “cosa vuoi che gli dicessi? Ripetevo che non credessero alle notizie che ascoltavano in televisione. Dicevo sempre che andava tutto bene e che non c’era pericolo”. Anche questi alpini ragionavano alla stessa maniera: avevano lasciato a casa genitori, giovani spose, figli e non intendevano gettarli nell’angoscia. Prima di uscire avvicino i miei occhi miopi ad una foto di gruppo e mi soffermo sui volti di ognuno dei soggetti ritratti: voglio cercare di intuire dai tratti somatici, dallo sguardo, chi di loro è tornato a casa. Voglio dare, in altre parole, una spiegazione razionale alla morte: di uno con lo sguardo vispo penso: “questo doveva essere uno in gamba, sicuramente se l’è cavata”; di un altro dall’aspetto trasognato: “questo qua non mi sembra granché sveglio, probabilmente non ce l’ha fatta”. Per un momento mi chiedo: “ed io, sarei tornato io?”. Non so rispondermi. Subito dopo la visita alla chiesa andiamo al Museo dei Capelli. Ad Elva per decenni tutti gli abitanti facevano i “pelassiers”, lavoravano i capelli per farne parrucche. C’era chi li vendeva e chi li comprava. Quanto più una bimba aveva una chioma lunga e dritta, tanto più c’era la possibilità per la famiglia di racimolare qualche quattrino. In questo museo ci sono raccolti attrezzi del mestiere, spazzole, tessitoi, abiti d’epoca. Nella sala al piano superiore c’è una sala di proiezione. Ci sediamo ed assistiamo ad un cortometraggio che ci spiega la singolare storia di questo paese. Dopo qualche minuto dall’inizio della proiezione, forse per la stanchezza, forse per il freddo, vengo assalito da un sonno maledetto. Non riesco a tenere gli occhi aperti, barcollo! Altri sono nelle mie stesse condizioni. Quando si riaccendono le luci mi risveglio urlando: “bellissimo, non si può rivedere un’altra volta!”. Prima di cena Alessandro, Valerio ed io facciamo un giro alla ricerca di un bar, una trattoria, uno spaccio, ma non troviamo niente. Qui, a parte il locale in cui siamo alloggiati, non c’è praticamente niente. Proviamo a risalire la strada verso Goria, ma non troviamo traccia di civiltà, a parte un contadino su di un trattore: “un bar ? – dice – eh ce n’è da camminare! Ma a quest’ora è chiuso!”. Su di un tornante che guarda verso Elva ci fermiamo avvolti nella nebbia che lentamente ricopre tutta la vallata. Questo tempo ci ha messo addosso malinconia La cena preparataci non è male. L’unico appunto che le si può muovere è il tentativo maldestro di spacciare della pasta all’uovo per della pasta semplice, cercando di turlupinare Stella, la nostra compagna di viaggio vegana. Quando andiamo a dormire piove insistentemente e fa ormai davvero freddo: sembra di essere in autunno. Al mattino ci svegliamo che piove ancora. Non è piacevole l’idea di marciare sotto la pioggia. Qualcuno comincia a ventilare l’ipotesi che si possa prendere lo Sherpa Bus, mezzo di trasporto che collega tutta la valle, e raggiungere comodamente e all’asciutto la meta di tappa. Dopo colazione ci copriamo come possiamo e ci incamminiamo, mentre il cielo decide di graziarci. Lasciando Elva ci accorgiamo che la corona di monti durante la notte si è imbiancata. Fabrizio ed Anastasia avvisano Maurizio che neanche stasera ci raggiungeranno: qualcuno parla ormai apertamente di pantomima. Quasi subito ci imbattiamo in un altro paesino fantasma. Sul balcone di una casa a due piani c’è una vecchina con un foulard che le ricopre il capo e le spalle. Chiedendole se pioverà trovo la scusa buona per scambiare due parole. Ascoltiamo ancora la stessa storia di emigrazione e di “sopravvissuti”. Alessandro accanto a me è quasi rapito da questa figura: chissà se le ricorda qualche persona cara? La tappa si svolge su un terreno zuppo e tutto intorno a noi una spessa umidità forma goccioline sul nostro incedere affaticato. A S. Michele sostiamo presso un bar gestito da due bellissime ragazze e Valerio, alla loro vista, riflette sull’ipotesi di metter su famiglia da queste parti. Abbiamo bisogno di riposarci e riscaldarci. Poco prima di entrare in paese, da un paio di agriturismo sulla strada, ci danno voce alcune persone: “ehi, scusate, siete quelli del trekking? Qui c’è posto! Fermatevi da noi!”. Certo una comitiva così numerosa è ambita tra questi luoghi sperduti. Qualcuno del gruppo, incuriosito, si attarda. Maurizio preoccupato quasi urla: “oh, che l’è, andiamo via, non rispondete. I che vole sta gente! Uhn vi fermate, bischeri!”. Sembra quasi Euriloco che sconsiglia Ulisse dall’ascoltare le sirene. A Prazzo facciamo una sosta per acquistare qualche genere alimentare. Valerio ed io acquistiamo due salami di cinghiale che il giorno dopo divideremo con il gruppo. Finalmente, dopo due giorni di assenza, il cellulare ricomincia a trovare il segnale. Nel tardo pomeriggio raggiungiamo il posto tappa la Carlina di Ussolo. L’alloggio maschile si trova in una palazzina sulla strada, a poca distanza dalla locanda. Una camerata con letti a castello sarà il nostro ricovero per questa notte. Quando siamo tutti dentro quasi non si respira. Le ragazze dormiranno in una specie di grotta senza bagno in camera e saranno costrette ad utilizzare quello del ristorante.

Prima di cena Maurizio convoca un primo briefing per ascoltare le opinioni maturate fino ad ora sul trekking. C’è chi si dichiara entusiasta, chi dice di non essere particolarmente contento dei paesaggi, chi pone in rilievo un certo scollamento tra la componente maschile e femminile del gruppo. Io al solito faccio un po’ di cabaret e mi becco all’istante un rimbrotto, giusto, da Alessia. Poi dichiaro la mia sorpresa nel constatare che in questi posti tappa non c’è neanche uno svago, neppure un bar: va bene faticare e scaricare tensione su per i monti, ma poi a sera, sarebbe anche bello vedere un po’ di movimento, della gente per strada. Ma di certo questo non lo si può pretendere in paesi abitati da cinque – dieci persone, quando va bene. Maurizio, tra il serio e il faceto, dice che questo è lo spirito di questi viaggi. Io non insisto, anche perché c’è servita la cena. Maurizio dice a chi ancora deve esprimersi: “cerchiamo di stringere che si fredda tutto”. Alessia lo riprende: “eh che, anche se tardiamo dieci minuti non succede mica niente, aspettiamo un attimo”. La guida incassa il colpo e risponde occhi bassi: “si effettivamente!”. Io, che sono al suo fianco, gli sussurro: “mi sa che hai detto una stronzata!”. Maurizio trattiene malamente una risata. Quando la riunione finisce e ci leviamo per andare a tavola si sentono in strada dei suoni di campanacci: ci affacciamo alle finestre e vediamo transitare per il centro del paese una mandria di vacche di ritorno dal pascolo.Il quinto giorno di trekking prevede una lunga tappa di sei ore fino a Saretto. La situazione meteorologica è decisamente migliorata ed anche i panorami appaiono più interessanti. Su di un pratone ci fermiamo per la pausa pranzo. Prima di ripartire Maurizio dice: “adesso facciamo tutti insieme un gioco! Nessuno di voi ha dei foulard, delle bandana?”. Io capisco subito, perché l’ho già visto fare altre volte, che si tratta del gioco del bendato e dell’accompagnatore e lo dichiaro subito. Maurizio cerca di farmi tacere, ma io, in maniera irriverente continuo: “ma dai, cambiate gioco ogni tanto: queste guide ne conoscono due, al massimo tre! E che diavolo”. Tutti sono divertiti. Anche Maurizio ride ed aggiunge: “ecco, allora vai da quelli di Pippo Trek!”. Il gioco consiste nel portare in giro un compagno bendato su per il sentiero, guidarlo, proteggerlo e prendersi cura di lui: in questo modo si cerca di far nascere fiducia e contatto tra le persone. Poi i ruoli si invertono, ma senza che si sappia chi accompagna chi. Il più impacciato di tutti è Stefano che si muove a tentoni, come un novantenne affetto da una qualche sindrome degenerativa celebrale. Alessandro poi, per completare il quadro già fortemente ridicolo, fa di tutto per portare il poveretto sopra ad ogni deiezione di vacca! E ad ogni centro esulta come ad un gol della “Viola”. La strepitosa performance di Stefano gli varrà, da ora in poi, il soprannome di Alzheimer. Finito il gioco è il momento di dichiarare le proprie impressioni. C’è chi dice di essersi divertito, chi afferma di aver intuito chi fosse il suo accompagnatore. Mariangela dice di essersi sentita molto protetta, sicura: afferma che la persona che l’ha guidata ha dimostrato di essere molto premurosa e delicata. Io mi inserisco al volo ed affermo apoditticamente: “Che bella persona deve essere costui, veramente un gentleman, un vero principe”. Tutti mi mandano a quel paese avendo capito che parlo di me stesso! Quando arriviamo a Saretto è pomeriggio inoltrato e ricomincia a piovere. L’accoglienza è calorosa ed il posto tappa è elegante. Anche questo paese è semi deserto. Durante la cena ci raggiunge l’assessore al turismo della Comunità Montana. Questi è un ragazzo poco più che trentenne ed è con noi stasera per illustrarci un po’ la realtà della valle in cui vive. Si siede a capotavola e vuoi perché sono dal lato opposto, vuoi perché c’è musica nel locale, non riesco neanche ad avvertire che timbro di voce ha. Mentre gli altri cercano di ascoltarlo, Valerio ed io conversiamo tra di noi, e come al solito ce la ridiamo. Ad un certo momento Maurizio ci rimprovera: “ma insomma volete ascoltare? Così resterete sempre della vostra opinione!”. Io rispondo: “ho capito, ma qui non si sente una sega!”. Maurizio ride. Alessandro che si trova accanto a me mi dice all’orecchio: “Madonna bona che pippone tu ha preso!”. Io lo mando a quel paese.Sono senza sigarette e so che il posto più vicino per comprarle si trova a cinque km. Vedo che fuori dall’ingresso ci sono il padrone del locale ed un suo conoscente di Genova che fumano allegramente.

Esco e fingendo di non sapere nulla chiedo se in paese c’è un tabaccaio. I due ridono. Dopo qualche scambio di battuta il conoscente del padrone mi offre una delle sue. Passata un’oretta riesco a spuntare un intero pacchetto. Nel frattempo sono usciti anche Valerio, Alessandro ed il Profeta. Si discute della tappa di domani. Il genovese ci propone di fare un giro più ampio di quello programmato, in modo tale che si possano vedere i laghi d’alta quota. Entriamo tutti nuovamente nel locale e proponiamo il suggerimento a Maurizio. La nostra guida dice che facendo così allunghiamo troppo la tappa. Noi cerchiamo di insistere, ma non c’è nulla da fare. Dopo un po’ Maurizio torna da noi e ci dice: “dai coraggio, visto che avete tante energie, ecco cosa vi propongo: ora si prende e si va fino a Campo Base. Prendiamo su le torce e si và! Adesso però, subito. Appena avete deciso mi venite a chiamare: io sono in camera”. Noi restiamo un po’ spiazzati, ci ha preso alla sprovvista. È sicuramente una provocazione e sa benissimo che nessuno di noi ne ha la minima voglia. Neanche lui ci andrebbe lassù, dovessero dargli anche un milione di euro. Sta bluffando! Chiediamo al genovese quanto c’è per Campo Base e questi ci risponde che ci vuole circa quarantacinque minuti. Poi aggiunge: “ma scusate, cosa cazzo ci andate a fare a quest’ora a Campo Base? Lassù non c’è nulla!”. Quest’ultima frase ci toglie qualsiasi residua volontà di fare questa passeggiata notturna. Torniamo sconfitti verso la nostra camera quando mi sovviene un’idea e la propongo ai miei compagni: “facciamo uno scherzo a Maurizio, fingiamo di voler andare davvero a Campo Base!”. Nei pressi della porta cominciamo a vociare: “si dai che sarà mai, in mezz’ora siamo là, vedrai!” – “si però io vengo così, non sto a rimettermi gli scarponi!” – “ma sì, in fondo non piove neanche!”. Entrando nella stanza vediamo Maurizio in pigiama che si alza velocemente dal letto: è sorpreso ed ha una faccia tremendamente assonnata. Questa fatica ulteriore è proprio una brutta faccenda per lui! A questo punto, visto che lo scherzo è riuscito, lo prendiamo in giro sguaiatamente e ridiamo con lui. Il 23 agosto partiamo alla volta di Chialvetta. Dopo un paio d’ore di cammino Maurizio ci propone un altro gioco. Siamo tutti in cerchio con una bacchetta da trekking in mano: appena la guida dice “cip” occorre velocemente afferrare la bacchetta del compagno alla propria destra; quando dice “ciop” bisogna prendere quella del compagno alla propria sinistra. Chi la fa cadere viene eliminato. Io esco alla prima manche! Dopo una serie di eliminazioni vince Alessandro. Come premio ottiene da Maurizio l’investitura a guida per un giorno. Alessandro, con piglio autoritario, comincia subito a dare ordini a gran voce. Ad uno dice “eh muoviti ciccione!”, minacciandolo con un bastone; ad un altro “eh che l’è, si batte la fiacca? Forza sbrigarsi!”. Ad un certo punto si ferma: “bene, da ora e per mezz’ora, ognuno fa un po’ quel cazzo che gli pare!”. È un ordine un po’ fuori dal consueto, ma trova subito terreno fertile: c’è chi si butta per terra, chi ruba cappellini ai compagni e li butta nei fossi, chi fa capriole! Per mezz’ora il gruppo veramente fa quel che gli gira per la testa. Quando Maurizio si accorge che in mano ad Alessandro la situazione potrebbe degenerare rapidamente, gli revoca d’autorità l’incarico e lo spedisce in fondo alla fila!

Durante la salita, in alcuni casi molto impegnativa, ripeto per l’ennesima volta la domanda che da alcuni giorni propongo a Maurizio senza risposta: “perché vieni in montagna?”. Tale quesito è diventato un po’ il tormentone del trekking e ricorda vagamente il leit motiv del film “Salvate il soldato Ryan”, in cui il sergente Tom Hanks, non rivela cosa fa nella vita civile alla squadra che glielo chiede continuamente. Così come nella pellicola, anche Maurizio svela il suo segreto nel momento più drammatico, quando la salita diventa più difficile e il gruppo arranca: “vengo in montagna perché cerco la vetta che vidi da bambino e che non ho più ritrovato!”. Nel pomeriggio scendiamo all’abitato di Pratorotondo, poco distante dal posto tappa: qui c’è una moltitudine di ragazzi in vacanza che gioca nei pressi di un oratorio. Mentre siamo fermi al bar per un caffé cominciamo a palleggiare con un pallone dei ragazzi. Dopo qualche scambio, Diego maldestramente lo manda sul vassoio delle tazzine e dello zucchero, provocando un disastro. Ci rimettiamo velocemente su gli zaini e di corsa ci allontaniamo dal luogo del misfatto. In breve siamo a Chialvetta, altro paesino di poche anime. Prima di cena visitiamo un museo contadino, gestito direttamente da Rolando, proprietario della locanda in cui ci fermeremo stasera. Tra i diversi attrezzi, abiti ed accessori esposti, ancora una volta la mia attenzione è attratta dalle foto d’epoca: istantanee di un’altra epoca, volti di persone che furono, bloccate per sempre in uno scatto di vita vissuta. A cena con noi ci sono anche Franchino e Bruna, che per l’occasione non ha preso clienti al suo posto tappa. Rolando ci racconta della sua vita, di quando era chef in alcuni dei migliori ristoranti d’Italia, e del suo sogno avverato: quello di tornare al suo paese e mettere su un’attività. Nelle parole del locandiere si avverte quanto sia difficile la vita tra queste montagne, quali difficoltà si incontrino, soprattutto in inverno, per i collegamenti e per gli approvvigionamenti, quanto sia facile restare isolati per diversi giorni. Rolando ci trasmette la passione e l’amore che prova per la propria terra e ci fa capire quanta forza ci voglia per superare tutte queste difficoltà, per andare avanti anche quando la situazione appare insostenibile. Dopo cena torniamo verso i nostri alloggi. Nel cuore della notte, improvvisamente, comincia a sentirsi una suoneria: da prima brevi suoni appena percettibili, poi sempre più forti e frequenti. Siamo tutti convinti che si tratti di un cellulare. Ci si comincia ad accusare a vicenda. Ad un certo punto Vittorio dice: “ma è qui che suona, vicino al muro: deve essere un caricatore che sta per esplodere!”. Ci sono delle scene di panico semi-serio! Valerio finalmente accende l’interruttore della luce e si svela l’arcano: è un avvisatore acustico che segnala fughe di gas. Il Profeta comincia a gridare: “oddio qua moriamo tutti gasati!”. Stefano aggiunge: “ma davvero c’è una fuga di gas? Sono troppo giovane per morire!”. Alessandro gli risponde: “sta zitto Alzheimer, non ti ci mettere anche tu!”. Maurizio che sta dormendo in cucina per paura di qualche scherzo, si sveglia alle nostre parole concitate ed in preda ad un rimorso terribile si avventa sulla maniglia della porta gridando: “vi salvo tutti, non temete!”. L’allarme nel frattempo è letteralmente impazzito! Valerio nel tentativo di disattivarlo prende anche una scossa. Per farlo smettere siamo costretti a staccare il contatore elettrico.

Al mattino, tornata la calma, non riusciamo a capire come mai sia suonato l’allarme nonostante la caldaia fosse in cucina e la porta ben chiusa. Secondo Rolando la causa non è dipesa dal gas dell’impianto di riscaldamento, ma da gas di diversa natura! A sentire questa spiegazione Valerio dice: “Ah Profe’, ma che gnente gnente, tra il rusco e il brusco, stanotte hai fatto qualche altro miracolo!”. Dopo colazione ci rimettiamo in marcia e dopo aver riattraversato Pratorotondo, cominciamo l’ascesa al Passo della Gardetta. Il percorso è impegnativo e il caldo intenso. Valerio stacca tutti e scompare su verso il fortino alpino abbandonato che domina la valle. Io lo seguo a poca distanza, mentre il gruppo è attardato. Ad un certo punto mi volto indietro e vedo il Profeta che viene su rapidissimo, leggero come una piuma: in pochi istanti mi raggiunge, mi supera di slancio e si dilegua. Per un momento credo davvero di assistere ad un evento soprannaturale! Ad ora di pranzo siamo tutti al fortino. Nel pomeriggio raggiungiamo il rifugio Gardetta, posto a 2.300 metri d’altezza e Maurizio lancia una nuova sfida: “chi vuol venire con me a scalare il monte Cassorso?”.

Io accetto subito. Valerio, sebbene soffra di vertigini, non si tira indietro. Alessandro, dapprima scettico, si lascia convincere. Anche Stefano, Diego e Alessia accettano. Durante l’avvicinamento alla salita attraversiamo un prato pieno di stelle alpine e Maurizio, dando prova ancora una volta d’essere un dissacratore dei luoghi comuni, dice: “avete visto quante ce ne sono? Non date retta a quelli che dicono che sono a rischio d’estinzione! Ce ne sono a milioni!”. La scalata dura un’ora e mezza e in alcuni punti è sicuramente impegnativa, soprattutto là dove si devono superare sporgenze e passaggi esposti. L’unico modo per passare è quello di non guardare i baratri che si aprono verso il fondo valle. Una volta arrivati in cima ci si presenta uno spettacolo che da solo vale tutta la “vacanza”: dalla cima del Cassorso, più alta di diverse nuvole intorno, si domina tutta la valle con una prospettiva simile a quella che si potrebbe avere da un aereo. Il paesaggio del versante dal quale proveniamo ha assunto colori diversi, più intensi, con contrasti più marcati. A ovest si scoprono le prime vette francesi, mentre a nord le nuvole ci lasciano appena intravedere il Monviso. La nostra soddisfazione è enorme e tale da fornire una risposta definitiva alla mia domanda sul perché si venga in montagna. Dopo aver firmato il “libro di vetta” ridiscendiamo quasi di corsa per l’entusiasmo dai nostri compagni mentre marmotte incuriosite ci guardano dalle soglie delle loro tane. Ancora mezz’ora di cammino a raggiungiamo l’azienda agrituristica “la Meja”, posta a 2.080 metri. È l’ultima sera che trascorriamo insieme e dopo la cena ci raccontiamo le impressioni che abbiamo raccolto durante questo trekking. Nelle parole di ognuno di noi si avverte una profonda soddisfazione, legata anche al fatto che le ultime tappe ci hanno svelato scenari d’alta montagna davvero suggestivi. Maurizio raccoglie elogi a tutto campo, soprattutto per il modo in cui ha saputo gestire il gruppo, per la sua umanità e simpatia e per il fatto di averci insegnato tante cose, sia naturalistiche sia climatiche: il tutto fatto con discrezione e senso del limite. Prima di andare a dormire il Profeta ci rivela che domani non tornerà a casa con noi, ma continuerà da solo il viaggio per arrivare fino alla fine del Percorso Occitano. Tutti noi all’inizio non crediamo alle sue parole, ma poi, vedendo che Maurizio prende la cartina e gli mostra la strada che dovrà fare, restiamo esterrefatti ed anche un po’ preoccupati. La guida gli spiega che dovrà fare una lunghissima tappa, scendere di quota per 1.800 metri e poi risalire ancora. Insomma ciò che lo attende è una vera e propria impresa. Per completare lo scenario Maurizio gli dice: “Daniele, stai molto attento anche ai cani da pastore; dei lupi non devi temere, ma guardati dai maremmani, non invadere mai il loro territorio o rischi grosso!”. Valerio sentendo queste ultime parole e con la morte nel cuore prova un disperato tentativo di dissuasione: “Ah Profe’, ma lassa perde, ma chi te lo fa fa? Torna con noi che te volemo tanto bene!”. Ma il Profeta ha deciso e domani partirà da solo per la sua missione.

Il mattino dopo si presenta finalmente una giornata di sole senza nuvole: il cielo è sgombro e la temperatura assai mite. Non sembra proprio di stare a 2.000 metri. È il momento di salutare Daniele. Prima di lasciarci il Profeta si lascia fotografare avvolto solo di una pesante coperta marrone e con in pugno il bastone pastorale! Alcuni di noi si fanno anche immortalare in posizione orante rivolti verso di lui. Stefano gli bacia perfino l’orlo del mantello. Quando lo vediamo allontanarsi, solitario, lungo il sentiero polveroso ci sale dall’animo un gran desiderio di pianto. Prima che scompaia dietro un dosso gli grido: “Profeta, sei un grande!”. Daniele si volta per l’ultima volta e, sollevando verso di noi il bastone, disegna in aria come un saluto. Riprendiamo il cammino verso il fondo valle. Dopo un’ora, su di uno spiazzo, Maurizio ferma la marcia e ci comunica che ora avverrà il primo dei saluti tra di noi. Ci fa mettere tutti in cerchio e ci dice: “ora ognuno di voi presenterà al gruppo la persona che sta alla propria sinistra”. È un po’ il tirare le fila della nostra avventura. Uno dopo l’altro vengono presentati tutti i compagni di viaggio, così come sono apparsi in questi giorni, con le particolarità che sono emerse, che si sono manifestate. Terminato il giro prima di riprendere la strada intervengo io: “fermi tutti: vi presento Daniele, il nostro Profeta, assente nel corpo, ma presente in spirito – risata collettiva – una persona perbene, delicata, buona: ha fatto tanto per noi! A lui vada il nostro pensiero e il nostro ricordo perenne!”. Arriviamo a Preit in tarda mattinata, giusto in tempo per salire sul mitico Sherpa Bus e in poco più di mezz’ora siamo di nuovo a Macra, da dove siamo partiti otto giorni fa. Passiamo da Bruna per un rapido saluto. C’è anche Jack ad attenderci. I due vedendoci ripartire sono commossi: in quel moto dell’animo vi leggo come una richiesta di non dimenticarli, di portare con noi la loro storia, di raccontare la loro valle in giro per il mondo. Sul piazzale in cui ci siamo incontrati per la prima volta una vita fa, ora ci salutiamo come fratelli, non più come sconosciuti. Come per l’andata, anche per il ritorno faccio la strada con Alessia, Stefano e Diego. All’altezza di Cuneo lasciamo l’autostrada in cerca di un’enoteca per acquistare del buon vino locale, ma non ne vediamo neppure una. Tornati in autostrada ci fermiamo per una sosta ad un Mottagrill ed è qui che finalmente troviamo ciò che cerchiamo: un ottimo Barolo d’annata. A Piacenza mi faccio lasciare alla stazione. I miei compagni continueranno fino a Parma, dove scenderà Alessia, poi Stefano e Diego raggiungeranno Mantova, dove finalmente terminerà anche il loro viaggio. Dopo un’ora d’attesa riesco a prendere un treno per Lodi, dove mi attende la mia auto. Ancora venti minuti di strada e sono a casa.

A tutti coloro che sono arrivati a leggere fino in fondo questo racconto va il mio personalissimo ringraziamento. Spero di non avervi tediato troppo. I fatti raccontati in questo scritto sono realmente accaduti tra il 17 e il 25 agosto 2007. Non nascondo che qualche episodio è stato leggermente alterato per renderlo più ridicolo di quanto già non fosse. Ma nella sostanza tutto quanto scritto può definirsi più vero che verosimile.

(Tratto da Santiago Express – ed altre storie di viaggio”, di Luigi d’Ausilio, Roma ed. Il Filo, giugno 2008).

Maurizio Barbagallo

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