Viaggi a piedi d’estate nell’Himalaya indiano alla scoperta del Piccolo Tibet

In questo articolo

  • Il Ladakh è un Territorio dell’Unione dell’India nell’estremo nordovest del Paese, oltre la catena principale dell’Himalaya, con capitale Leh (3.500 m). Poco più di 300.000 abitanti, paesaggio arido d’alta quota e oltre il 70% della popolazione di fede buddhista tibetana: per questo lo chiamano Piccolo Tibet.
  • L’ombra pluviometrica dell’Himalaya tiene lontano il monsone: qui la stagione giusta è l’estate, da giugno a settembre (luglio e agosto 15–25 °C e valli tutte percorribili, giugno e settembre più silenziosi). Si arriva in Ladakh con un volo di un’ora da Nuova Delhi o via terra sulla Manali–Leh e sulla Srinagar–Leh, aperte solo d’estate oltre passi di 5.000 metri; per Nubra, Pangong e Tso Moriri serve un permesso speciale che si ottiene a Leh.
  • Si cammina tra i 3.500 e i 5.400 metri, quindi l’acclimatamento — due giorni di riposo a Leh, salita graduale, molta acqua — fa la differenza. I trekking più belli sono la Valle della Markha (fino al Kongmaru La, oltre 5.200 m, nel Parco Nazionale di Hemis), la più dolce Valle dello Sham e gli itinerari remoti da Lamayuru, in Nubra o da Rumtse al Tso Moriri, spesso con notti in homestay nelle case dei villaggi.
  • Oltre il cammino trovi cosa vedere — Leh con il palazzo reale e la Shanti Stupa, i monasteri di Hemis, Thiksey, Alchi e Lamayuru, il lago Pangong a 4.350 m, la Valle di Nubra e lo Zanskar — e la vita di ogni giorno fatta di butter tea, thukpa e momos, lingua ladakhi e festival monastici. In chiusura, il nostro viaggio di gruppo tra trekking e monasteri e le FAQ per organizzare la partenza.

Himalaya, la catena montuosa che annovera le cime più alte del pianeta; i quattordici ottomila e centinaia di altri settemila. La catena montuosa che separa la piattaforma indiana dall’altopiano tibetano è stata per gli alpinisti europei del dopoguerra il campo di gioco in cui realizzare i propri sogni e le proprie ambizioni.

Quando si parla di Himalaya inevitabilmente si pensa al Nepal, il paese asiatico che schiacciato tra India e Cina è conformato per quasi un 70% da un territorio montuoso che si distribuisce da Ovest verso Est, e che comprende alcune tra le montagne più alte della Terra come l’Annapurna, Manaslu, Lothse, Kanchenjunga e Everest. La presenza dell’Himalaya e del sistema monsonico indiano creano le condizioni affinché viaggiare e far trekking in Nepal sia di fatto possibile durante la stagione pre-monsonica (aprile-maggio) o post-monsonica (ottobre-novembre); mesi in cui la probabilità di incontrare gli intensi e improvvisi rovesci temporaleschi è molto bassa.

Chiaramente le due finestre stagionali per i trekking e i viaggi a piedi, precludono coloro i quali durante i mesi primaverili ed autunnali non hanno la possibilità di godere delle settimane di ferie dal lavoro che sono quasi sempre concentrate durante l’estate.

Ecco quindi che il nostro sguardo si sposta verso un altro lato dell’Himalaya, il versante indiano e in particolare verso una regione dell’Himalaya indiano ancora poco conosciuta e remota, che le ha permesso di conservare nel tempo (parlo di secoli) tradizioni, stili di vita e una religione millenaria. Sto parlando del Ladakh e del buddhismo Tibetano.

Trekking estivo nell'Himalaya indiano, in Ladakh
Nell’Himalaya Indiano è possibile far trekking anche d’estate

Dove si trova il Ladakh, nell’Himalaya indiano

Il Ladakh è un Territorio dell’Unione dell’India — dal 2019 amministrativamente separato dal Jammu e Kashmir — situato nell’estremo nordoccidentale del Paese, con capitale Leh. Così come il Nepal, anche il Ladakh si trova schiacciato tra due grandi superpotenze economiche come l’India e la Cina, tuttavia rispetto al Nepal gode della fortuna di trovarsi al di là della catena principale dell’Himalaya. Quando infatti si vola da Nuova Delhi verso la capitale del Ladakh, Leh, ci si trova a sorvolare gli impressionanti bastioni innevati dell’Himalaya oltre i quali ci si trova ad atterrare nel paesaggio arido e desertico del Ladakh.

Le cime dell'Himalaya indiano viste dalla Shanti Stupa di Leh, in Ladakh
Le cime dell’Himalaya Indiano viste dalla Shanti Stupa buddhista di Leh

Il fenomeno dell’ombra pluviometrica prodotto dalla catena himalayana protegge questa regione dal monsone estivo, motivo per il quale un viaggio trekking in Ladakh è fattibile anche durante i mesi estivi, da giugno a settembre.

Nonostante il Ladakh appartenga politicamente all’India, viaggiare in Ladakh non significa viaggiare in India, tutt’altro. Pensate che il Ladakh è collegato via terra al resto del paese attraverso un’unica via di accesso, la strada Manali-Leh percorribile solamente da inizio giugno a fine settembre quando i passi carrabili oltre i cinquemila metri vengono aperti.

Giovani monaci buddhisti in un monastero del Ladakh
Giovani monaci buddhisti giocano in un monastero del Ladakh

Al contrario del traffico, dei rumori e della confusione che si incontrano quando ci si trova a viaggiare nel resto dell’India; la vita in Ladakh scorre lenta, tranquilla e silenziosa e con una popolazione di poco oltre 300 mila abitanti, questa provincia è una delle più disabitate dell’India. Passare dal caos di Nuova Delhi alla tranquillità di Leh sarà un piacevole shock mentale e spirituale.

Quando andare in Ladakh: perché l’estate è la stagione giusta

Se il Nepal si visita in primavera e in autunno, il Ladakh ribalta il calendario: qui la stagione buona è l’estate, da giugno a settembre. Il motivo lo abbiamo già visto — l’ombra pluviometrica della catena himalayana tiene lontano il monsone — ma vale la pena entrare nel dettaglio, perché scegliere il mese giusto cambia il viaggio.

Da fine maggio si aprono progressivamente le strade e i passi d’alta quota, e i sentieri si liberano dalla neve. Luglio e agosto sono il cuore della stagione: giornate tiepide (intorno ai 15–25 °C), cielo terso e tutte le valli percorribili; sono anche i mesi più frequentati. Giugno e settembre regalano un viaggio in Ladakh più silenzioso, con notti decisamente fredde a settembre ma una luce e dei colori, sui campi d’orzo che virano all’oro, che ripagano ogni maglione in più. Fuori da questa finestra i passi tornano sotto la neve e gran parte della regione si chiude al mondo fino alla primavera successiva.

Per dirla in parole semplici: chi ha le ferie concentrate d’estate non deve rinunciare all’Himalaya, deve solo guardare dal lato giusto della montagna.

Come arrivare in Ladakh: voli, strade e permessi

Il Ladakh si può raggiungere in due modi, e sono due esperienze diverse.

In aereo: il volo da Nuova Delhi a Leh dura poco più di un’ora ed è uno degli atterraggi più spettacolari che si possano fare: si sorvolano i bastioni innevati dell’Himalaya prima di scendere nella conca desertica dell’Indo. L’unico avvertimento è che si arriva direttamente a circa 3.500 metri, e questo ha conseguenze sull’acclimatamento (ne parliamo nella sezione che segue).

Via terra: le due strade carrabili — la Manali–Leh e la Srinagar–Leh — sono aperte solo nei mesi estivi, all’incirca da metà giugno a fine settembre, e attraversano valichi oltre i 5.000 metri: un avvicinamento lento e faticoso, ma anche il modo migliore per “salire di quota” gradualmente e arrivare a Leh già parzialmente acclimatati.

Documenti e permessi: Per l’India serve il passaporto con visto. All’interno del Ladakh, le zone di confine più remote — la Valle di Nubra, il lago Pangong e il Tso Moriri — richiedono un permesso speciale (Inner Line Permit per gli indiani, Protected Area Permit per gli stranieri), che si ottiene a Leh ed è valido circa due settimane. I trekking classici, come quello della Markha, di norma non ne hanno bisogno.

Altitudine e acclimatamento: viaggiare in salute oltre i 3.500 metri

Il Ladakh è una regione d’alta quota a tutti gli effetti: Leh sta a circa 3.500 metri, e durante i trekking si superano spesso passi tra i 5.000 e i 5.400 metri. Non è una difficoltà tecnica — non si scala nulla — ma è una questione di ossigeno, e va presa sul serio.

La regola d’oro è dare tempo al corpo. Chi arriva in aereo si ritrova di colpo in alta quota: per questo i primi due giorni a Leh si dedicano al riposo e a brevi visite, senza sforzi. Da lì si sale con gradualità, seguendo il principio “cammina in alto, dormi in basso”, bevendo molta acqua ed evitando l’alcol nei primi giorni. È normale avvertire un po’ di mal di testa o fiato corto all’inizio; quel che conta è ascoltarsi e non forzare. Per chi lo desidera, vale la pena parlarne con il proprio medico prima della partenza.

Ladakh: un viaggio nel passato del buddhismo tibetano

A differenza del Nepal in cui solo il 9% della popolazione professa la religione buddhista, in Ladakh oltre il 70% segue invece le tradizioni e gli insegnamenti del buddhismo tibetano giunti fin qui alla fine del IX secolo dal vicino altopiano. La disgregazione dell’impero tibetano portò alla frammentazione del territorio e alla creazione di tre regni minori: il Ladakh, lo Zanskar e Spiti; nei quali iniziò a fiorire e a svilupparsi la filosofia e la cultura del buddhismo tibetano.

Un viaggio in Ladakh ha questa fortissima componente storico-culturale e ci offre la possibilità di entrare in contatto e conoscere la storia del buddhismo tibetano che negli ultimi settant’anni è stato completamente spazzato via dal suo luogo di origine, il Tibet appunto.

Ruote di preghiera buddhiste in un monastero del Ladakh
Le ruote di preghiera buddhiste si trovano ovunque nei monasteri del Ladakh

All’inizio degli anni ’50 la Cina di Mao invade il Tibet ed inizia un processo graduale di eliminazione della cultura e delle tradizioni che i tibetani avevano portato avanti per decine di secoli. Dopo alcuni anni il capo spirituale del Tibet, il XIV Dalai Lama, decide di scappare dal paese e trova rifugio in India, paese in cui risiede al giorno d’oggi. Con lui inizia la diaspora tibetana che vede centinaia di migliaia di persone costrette a lasciare il proprio paese stretto sempre più nella morsa della Rivoluzione Culturale di Mao e del Partito Comunista Cinese. I tibetani cercano rifugio nei paesi vicini come il Nepal e soprattutto l’India, che oggigiorno ospita la più grande comunità di rifugiati tibetani nella città di Dharamshala nello stato dell’Himachal Pradesh.

L’avanzata cinese cancella secoli di storia e cultura dai monasteri del Tibet; manoscritti vengono bruciati, gompas e stupas rase al suolo, le tradizioni e lo stile di vita dei tibetani che decidono di rimanere nel proprio paese vengono tragicamente e brutalmente modificate dallo sviluppo industriale ed economico introdotto negli anni ’80 e ’90 dalla Repubblica Popolare Cinese. Lhasa, antica capitale del Tibet e sede del palazzo di Pothala, viene spogliata dal suo ruolo spirituale e conquistata dal progresso introdotto dai migranti cinesi delle vicine province dello Sichuan e Quinghai.

Monaco buddhista e la catena dell'Himalaya Indiano sullo sfondo
Monaco buddhista e la catena dell’Himalaya Indiano sullo sfondo

Fortunatamente all’altro lato della frontiera il Ladakh resiste a questi grandi cambiamenti politici, storici e sociali e continua a mantenere ancora oggi il suo tradizionale stile di vita, tanto che lo si definisce spesso con l’appellativo di Piccolo Tibet. Monasteri come quello di Hemis, Thiksey, Stakna e Lamayuru distribuiti lungo al verdeggiante vallata dell’Indo, mantengono ancora oggi la loro funzione spirituale e religiosa ma soprattutto permettono alle giovani generazioni che vi accedono, di trasmettere la storia e la filosofia di una parte del mondo che altrimenti si sarebbero oramai perdute da decenni.

Il monastero di Lamayuru, tra i meglio conservati del Ladakh
Il monastero di Lamayuru, tra i meglio conservati del Ladakh

I viaggi a piedi in Ladakh hanno una caratteristica che li rende unici: spesso non si dorme solo in tenda, ma nelle case delle famiglie dei villaggi, e il cammino diventa così anche un incontro umano. Ecco i percorsi più amati.

Il trekking della Valle della Markha è il classico per eccellenza: alcuni giorni di cammino tra villaggi d’orzo, monasteri e gole scavate dal fiume, fino al valico del Kongmaru La (oltre 5.200 metri), con lo sguardo sulle cime del Kang Yatse. Attraversa il Parco Nazionale di Hemis, regno — quasi sempre invisibile — del leopardo delle nevi.

La Valle dello Sham, soprannominata la “valle degli albicocchi”, è il cammino più dolce: tappe brevi, villaggi e monasteri, ideale per chi è alla prima esperienza in quota o per acclimatarsi prima di un trek più impegnativo.

Per chi cerca di più, ci sono itinerari più remoti e d’alta quota come la traversata da Lamayuru, la Valle di Nubra o il lungo cammino da Rumtse al Tso Moriri.

Cosa vedere in Ladakh oltre ai trekking

Anche senza camminare per giorni, il Ladakh è un museo a cielo aperto.

Tutto parte da Leh, con il suo palazzo reale che domina la città vecchia e la Shanti Stupa affacciata sulle cime. Nel raggio di poche ore si incontrano alcuni dei monasteri più belli dell’Himalaya: Hemis, il più grande e ricco, celebre per il suo festival estivo di danze mascherate; Thiksey, che ricorda in miniatura il Potala di Lhasa e regala una puja all’alba indimenticabile; Alchi, con i suoi affreschi millenari; Lamayuru, incastonato in un paesaggio lunare.

Più lontano si aprono i grandi spazi: il lago Pangong, una lama d’acqua turchese a 4.350 metri lungo il confine con la Cina; il remoto Tso Moriri nell’altopiano del Changthang; la Valle di Nubra, con le sue dune di sabbia e i cammelli a due gobbe, raggiungibile oltre alcuni dei passi carrabili più alti del mondo; e la regione dello Zanskar, ancora più isolata e selvaggia. Ogni nome, qui, è un viaggio dentro il viaggio.

La vita quotidiana in Ladakh: cibo, lingua e ospitalità

Quello che resta, tornando a casa, sono spesso i gesti piccoli. La tazza di butter tea — il tè salato al burro — offerta sulla soglia di casa. Una scodella di thukpa, la zuppa di noodle che scalda dopo una giornata di cammino, o i momos, i ravioli al vapore che si trovano ovunque.

In Ladakh si parla il ladakhi (bhoti), una lingua di ceppo tibetano, e la vita scorre al ritmo lento dei villaggi e del calendario buddhista. Dormire nelle homestay non è solo una soluzione pratica: è il modo più diretto per entrare in una cultura che ha attraversato i secoli quasi intatta. E se il viaggio capita nel periodo giusto, i festival monastici — con le maschere, i tamburi e le danze rituali dei monaci — sono uno di quegli spettacoli che da soli valgono il viaggio.

Le ruote di preghiera, le bandiere colorate e i chorten che punteggiano il paesaggio non sono cartoline: sono il segno di una fede ancora viva, la stessa che dal Tibet è arrivata fin qui e che qui, a differenza che oltre confine, continua a respirare.

Un viaggio di gruppo in Ladakh, tra trekking e monasteri tibetani

Un viaggio di gruppo in Ladakh oltre ad offrire bellissime opportunità di trekking nelle sconfinate vallate delle catena dell’Himalaya, permette anche di entrare a stretto contatto con i monasteri, i palazzi, le tradizioni e la storia del buddhismo tibetano. Opportunità più unica che rara data la forte pressione politica ed economica che da decenni la Cina sta attuando nei confronti del Tibet.

Altre informazioni sul Ladakh ed altri viaggi estivi nella regione li puoi trovare nelle seguenti pagine:

https://www.trekkilandia.it/viaggi/viaggio-in-ladakh-trekking-india

https://www.trekkilandia.it/destinazioni/ladakh

Domande più frequenti sul viaggio in Ladakh

Dove si trova il Ladakh?
Il Ladakh è un Territorio dell’Unione dell’India, nell’estremo nordovest del Paese, oltre la catena principale dell’Himalaya. La sua capitale è Leh. Pur appartenendo all’India, per cultura, paesaggio e religione assomiglia molto più al vicino Tibet.

Quando andare in Ladakh?
La stagione giusta è l’estate, da giugno a settembre. Luglio e agosto sono i mesi più caldi e frequentati; giugno e settembre sono più tranquilli, con notti fredde ma colori splendidi. Fuori da questo periodo molti passi e strade si chiudono per la neve.

Viaggiare in Ladakh è sicuro?
Il Ladakh è una regione tranquilla e ospitale, con una criminalità molto bassa. Le vere attenzioni riguardano l’alta quota e la lontananza dai centri abitati: per questo conviene affrontarlo con un itinerario ben costruito e un accompagnamento esperto.

Che documenti e permessi servono?
Per l’India servono passaporto e visto. All’interno del Ladakh, le zone di confine come Nubra, Pangong e Tso Moriri richiedono un permesso speciale che si ottiene a Leh; i trekking classici di norma non ne hanno bisogno.

Si soffre il mal di montagna?
Sopra i 3.500 metri è possibile avvertire i sintomi della quota. Si prevengono dedicando i primi giorni all’acclimatamento a Leh, salendo gradualmente e idratandosi molto. I nostri itinerari sono pensati con il tempo necessario per adattarsi; per i casi personali è bene sentire il proprio medico.

Cosa mettere in valigia?
Abbigliamento a strati (i giorni sono tiepidi ma le notti gelide), un buon piumino, una giacca impermeabile, scarponi da trekking collaudati, protezione solare alta — il sole in quota è fortissimo — e una pila frontale.

Marco Rosso

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